Non sono “solo 18 ore”: il lavoro invisibile dell’insegnante di Religione

Ci sono espressioni che, nella scuola, sembrano semplici e invece nascondono mondi complessi. Una di queste è: “18 ore di insegnamento”. Per un insegnante di Religione Cattolica nella scuola secondaria di secondo grado, quelle diciotto ore possono significare biennio e triennio, studenti di quattordici anni e studenti prossimi all’Esame di Stato, indirizzi economici, tecnologici, grafici, turistici, professionali. Diciotto ore, sì. Ma spesso diciotto mondi diversi. Ed è proprio qui che nasce uno dei grandi equivoci che accompagnano il ruolo dell’IdR: confondere il numero delle ore con il peso reale del lavoro.

Un’ora per classe non significa un lavoro “leggero”

L’IRC è presente nella scuola secondaria per un’ora settimanale in ciascuna classe. Vista da fuori, questa caratteristica può perfino indurre a pensare che il lavoro sia più semplice: una sola ora, una disciplina non sottoposta alle stesse dinamiche valutative di altre materie, nessuna prova scritta obbligatoria. La realtà è molto diversa. Avere un’ora per classe significa entrare ogni settimana in gruppi profondamente differenti, ricordare storie, dinamiche, fragilità, percorsi, situazioni individuali. Significa passare, magari nella stessa mattinata, da una prima ancora disorientata nel nuovo ambiente scolastico a una quinta che si interroga sul futuro, sul lavoro, sulle scelte, sulla vita adulta. Non esiste una “lezione di Religione” buona per tutti. Cambiano il linguaggio, gli strumenti, le domande, i tempi, la profondità delle proposte. Cambia perfino il modo di stare in classe. Per questo il lavoro dell’IdR è, per sua natura, un lavoro ad altissimo tasso di adattamento.

Il vero problema è la frammentazione

La questione, però, non riguarda soltanto la quantità. Riguarda soprattutto la frammentazione. Un docente può trovarsi ad avere classi appartenenti a indirizzi completamente diversi, distribuite su più anni di corso, talvolta senza una reale continuità educativa e senza una logica che consenta di costruire un percorso coerente nel tempo. In questi casi si lavora moltissimo, ma non sempre si riesce a lavorare bene quanto si vorrebbe, perché c’è una differenza enorme tra riempire diciotto ore e costruire un progetto educativo di diciotto ore. Una distribuzione delle classi pensata esclusivamente sulla necessità di completare gli orari può essere formalmente corretta e, nello stesso tempo, pedagogicamente debole. Ed è qui che l’organizzazione smette di essere una semplice questione tecnica e diventa una questione didattica.

Il lavoro che comincia quando finisce la lezione

Poi c’è tutto ciò che non compare nell’orario settimanale: consigli di classe, scrutini, riunioni, dipartimenti, colloqui, progettazione, formazione, educazione civica, progetti interdisciplinari, iniziative d’istituto. Chi insegna Religione in diciotto classi appartiene a diciotto consigli di classe. Diciotto gruppi di docenti. Diciotto situazioni educative da conoscere. Diciotto percorsi valutativi da seguire. E quando arrivano gli scrutini, quella moltiplicazione diventa improvvisamente molto concreta. Non è difficile comprendere, allora, quanto possa diventare pesante un’organizzazione poco equilibrata: il problema non è soltanto “fare più riunioni”, il problema è la dispersione delle energie.

Continuità: parola usata spesso, capita meno

Anche la parola continuità meriterebbe maggiore attenzione. La continuità didattica non può essere ridotta a un automatismo amministrativo. Se un docente conclude un percorso con una quinta e l’anno successivo riceve una nuova prima, non esiste alcuna continuità educativa con quel gruppo. La vera continuità è accompagnare studenti che già si conoscono, sviluppare un percorso avviato, approfondire nel tempo temi e relazioni, poter progettare sapendo da dove si parte e dove si vuole arrivare. Per l’IRC questo aspetto è particolarmente importante. Molti dei temi affrontati, identità, affettività, responsabilità, libertà, etica, cittadinanza, senso, relazioni, hanno bisogno di tempo, non sempre producono risultati immediatamente misurabili. Crescono lentamente, richiedono fiducia e la fiducia ha bisogno di continuità.

Quando l’organizzazione diventa pedagogia

Per questo l’assegnazione delle classi agli insegnanti di Religione non dovrebbe essere considerata una semplice operazione di incastro orario. Occorre guardare al numero delle classi, alla loro distribuzione tra gli anni, agli indirizzi, alla continuità possibile, alla quantità dei consigli di classe, alla partecipazione agli scrutini e alla sostenibilità complessiva del lavoro. Non significa chiedere trattamenti di favore. Significa riconoscere la specificità di un insegnamento che, proprio perché distribuito su moltissimi gruppi, necessita di una particolare attenzione organizzativa. Un’organizzazione oculata non serve a lavorare meno, serve a lavorare meglio., si tratta di una differenza fondamentale.

Il rischio più serio: perdere la progettualità

Quando il docente è costretto a concentrare gran parte delle proprie energie nel rincorrere classi, consigli, scadenze e contesti continuamente diversi, il primo elemento a soffrirne è spesso proprio quello più prezioso: la progettualità. Si finisce per gestire l’immediato, la lezione della settimana, il prossimo consiglio, lo scrutinio. L’adempimento, insomma. E allora diventa più difficile costruire percorsi biennali o triennali, sviluppare attività interdisciplinari, promuovere esperienze di volontariato, educazione civica, dialogo interculturale, approfondimento antropologico e sociale. In altre parole, si rischia di avere un docente molto impegnato, ma costretto a lavorare sempre sul presente. E una scuola che costringe i propri docenti a lavorare soltanto sul presente è una scuola che rischia di perdere una parte della propria capacità educativa.

Non una questione personale, ma una questione di qualità

Il punto, dunque, non è difendere una categoria, ma piuttosto chiedersi quale scuola vogliamo. Se vogliamo che l’IRC sia realmente parte del progetto educativo dell’istituto, allora bisogna mettere il docente nelle condizioni di progettare, costruire relazioni, accompagnare percorsi e lavorare in continuità. Questo richiede confronto. Richiede organizzazione condivisa. Richiede che, nella distribuzione delle classi, non si guardi soltanto alla matematica delle ore. Perché dietro ogni ora c’è una classe. Dietro ogni classe c’è un gruppo umano. E dietro ogni gruppo umano dovrebbe esserci un progetto. Le diciotto ore dell’insegnante di Religione non sono diciotto caselle da riempire. Sono diciotto possibilità educative. La differenza la fa il modo in cui la scuola decide di organizzarle.

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